616.855 (21.) Disturbi della parola e del linguaggio

A voler essere romantici, tutto potrebbe essere scaturito da quella stramba “u”, ricurva come le dita nervose da sempre afflitte dall’artrite, che con fantasia tipicamente meridionale aveva sostituito la più comune “i” nella stravaganza di evocare nel nome il mese di nascita. Perché, in effetti, di bizzarra inventiva doveva essercene voluta con una decina di figli da battezzare a ridosso del quindici/diciotto.

E forse, a sentirsi continuamente storpiato il nome, sebbene con giustificata ragione, Luliana (“no, non Liliana… lu, lu, come Luglio”) proprio non riusciva a pronunciarle correttamente alcune parole.

Così scaldava il latto nel pentolino senza manico, abbrustoliva i fusti di pollo nella sbilenca padellina rossa, sbucciava con taccagna perizia l’esotico uilli da mille lire al pezzo e cercava di agguantare il tosto che saltava fuori dal tostapane d’acciaio lucido vinto con i punti al banco comunale del mercato.

Poi, nelle giornate incorniciate dalla formica rossa striata di bianco della cucina e governate dal costante pensiero del cibo, per chi di cibo in una grotta nascosta ai tedeschi non ne aveva avuto, assisteva con accanita partecipazione alle tragedie di Stefano, Riccio e Broccola e con affettuosa accondiscendenza alle avventure dei piccoli Buffi e di Lediosca che, con tutti quei cavalli a richiamare gli amati film uesti, in verità l’appassionava non poco.

Ma soprattutto un nome non riusciva a pronunciare.

“Ripeti con me: Bar-ba-ra”.

“Allora: Bar-be-ra. Ho detto bene?”.

No, non lo diceva bene, ma in quelle tre sillabe c’era tutto l’amore del suo semplice mondo.

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